Il Pd alle prese con il grande armistizio

da La Nuova Sardegna 

 Chicco Porcu: «Basta con le prove muscolari e la conta di chi sta con uno o con l’altro. Abbiamo sofferto, qualche ferita è ancora aperta, ma ora dobbiamo essere tutti responsabili».

Dopo la vittoria elettorale, i capicorrente vorrebbero evitare lo scontro su assessori, presidenza del Consiglio e segretario

CAGLIARI All’improvviso il Pd ha capito che più di tanto non può e non deve farsi male da solo. Ha rischiato grosso a gennaio, ma dal 16 febbraio in poi ai democratici è andata molto bene con la vittoria alle regionali e in tanti da quel giorno hanno tirato un sospiro di sollievo. A questo punto l’euforia del successo potrebbe mettere fine al mese delle randellate alla cieca e dar corso nel Pd a una nuova stagione di larghe intese stavolta interne. Le correnti, cinque a sei, non più armate l’una contro l’altra, sarebbero disponibili ad arrivare alle scelte condivise.

È intorno a questa pace possibile e auspicata che domani si riunirà per la prima volta dopo le elezioni il direttorio del partito, che ha coordinato la campagna elettorale. Direttorio composto dal segretario uscente Silvio Lai, dai renziani Chicco Porcu, Salvatore Sanna, Antonio Bianco e Giacomo Spissu, da Siro Marrocu per l’area Cuperlo e dal civatiano Thomas Castangia.

Proprio dal deputato eletto nel Medio Campidano, Marrocu, arriva il primo segnale di apertura all’armistizio: «Ognuno deve dare e fare il massimo per arrivare all’unità su tutta la linea». Posizione condivisa dal renziano di stretta osservanza Chicco Porcu: «Basta con le prove muscolari e la conta di chi sta con uno o con l’altro. Abbiamo sofferto, qualche ferita è ancora aperta, ma ora dobbiamo essere tutti responsabili».

Le partite aperte. In cima alla lista c’è il caso Francesca Barracciu. Cominciato col passo indietro della vincitrice delle primarie fino al veto su un suo possibile ingresso in giunta perché indagata, e non è ancora chiuso nonostante la vittoria alle regionali. Poi ci sono altri problemi complessi: la rappresentanza del partito nel primo governo Pigliaru, saranno quattro o cinque gli assessori per il Pd, la scelta del presidente del Consiglio (il preferito è sempre Gianfranco Ganau?), la nomina del capogruppo e quelle dei presidenti delle sei commissioni. Su questo capitolo l’attenzione del direttorio sarà massima, non sono ammessi errori ed è possibile che sia messe nel conto anche uno o più staffette. Come se non bastasse, all’orizzonte, entro metà aprile, è previsto il congresso regionale che dovrà eleggere, attraverso le primarie, il nuovo segretario e sono diversi i pretendenti fra vecchi e nuovi. Il tutto, messo assieme, è una torta gigantesca e domani il direttorio sarà chiamato a decidere le prime regole per non scontentare nessuno e soprattutto dare uno o più segnali che la «pace non è impossibile».

L’aiuto romano. Un altro viatico importante verso le larghe intese potrebbe arrivare da Palazzo Chigi con la nomina di viceministri e sottosegretari. La possibile conferma di Paolo Fadda alla Sanità e l’ipotesi che alla Sardegna potrebbe essere assegnato un secondo posto – a questo punto pare destinato proprio a Francesca Barracciu – potrebbe soddisfare a pieno l’intero partito.

Di certo il correntone a tre Cabras-Soru-Fadda, e i barracciani che vorrebbero chiudere il caso con una nomina significativa dopo lo sbarramento per la giunta. Dunque potrebbe essere una prima fumata bianca verso la pax interna al Pd.

La segreteria. È un capitolo ancora tutto da scrivere, ma il direttorio potrebbe mettere le basi perché dalle consultazioni possa presto uscire un nome condiviso. Certo, l’elezione del segretario è una partita molto delicata in cui potrebbe entrare anche Renato Soru, ma l’ipotesi di un cambio generazionale netto potrebbe convincere l’ex governatore e molti altri pretendenti (compresi i renziani della prima come Chicco Porcu e Gavino Manca) a fare tutti insieme un passo indietro. Sarebbe anche questo un segnale forte sulla strada del cambiamento accelerato imposto da Renzi in tutto il Pd. Ma si sa: la Sardegna è da sempre un laboratorio politico che sperimenta le novità e molto meno le subisce.