Intervista al sottosegretario Francesca Barracciu

«Adesso sono pronta a spiegare e a difendermi in qualsiasi sede: se verrò condannata mi dimetterò un minuto dopo, senza nessuna esitazione. Altrimenti, per i motivi che sto per spiegare, resterò al mio posto al ministero».

Luca Telese – da l’Unione Sarda

Il sottosegretario a colloquio con Luca Telese

«Sottosegretario Barracciu, da quando è iniziata l’inchiesta ha mai temuto di essere considerata una ladra?». Sorriso. Pausa. Mi aspetto che Francesca Barracciu si arrabbi o si dispiaccia. Invece prende un respiro e mi risponde semplicemente: «Si». Altra pausa: «Ho avuto anche questa paura».

Siamo alla Caffettiera napoletana, uno dei più antichi caffè della Capitale politica, a metà strada dal Collegio romano – dove ha sede il ministero della Cultura di cui lei è sottosegretaria – e Montecitorio. L’ex candidata del Pd alle regionali mi fissa negli occhi come per trapassarmi da parte a parte, e poi inizia a raccontare come ha vissuto i mesi dell’inchiesta su Rimborsopoli.

È serena, ma amareggiata, attenta ai dettagli, e non trascura alcune stilettate, quche lampo di cattiveria ponderato e ben assestato, nei confronti di chi nel partito l’ha abbandonata al suo destino (magari approfittando dell’inchiesta che l’ha colpita).

Racconta la sua verità, spiega i motivi del suo lungo silenzio, si emoziona sulla vicenda delle carte di credito, dice che non ha motivi di rancore verso Pigliaru, ma anche in quel caso, come vedremo, si toglie un sassolino dalla scarpa: «Non ho ancora capito come possa conciliare la sua lodevole intransigenza verso gli indagati, con il fatto di esserlo lui stesso».

È una lunga chiacchierata che facciamo prima di andare al Palatino a registrare l’intervista per Matrix con cui nella notte di ieri rompe il silenzio sugli ultimi sviluppi giudiziari.

Accetta la proposta di pubblicare questa lunga confessione su L’Unione Sarda, spiega con serenità olimpica quale sarà l’epilogo della storia: «Adesso sono pronta a spiegare e a difendermi in qualsiasi sede: se verrò condannata mi dimetterò un minuto dopo, senza nessuna esitazione. Altrimenti, per i motivi che sto per spiegare, resterò al mio posto al ministero».

Sottosegretario, mi racconta come ha vissuto questo film?

«Semplice. Sapevamo che i magistrati stavano indagando ma eravamo sereni».

Sereni come Letta?

«Non scherzi. Non c ‘era nulla di più lontano da me del timore di essere indagata».

E poi?

«E poi una mattina, alle sette, mi arriva l’sms di un amico. Come una coltellata: hai letto su internet cosa scrive Ivan Paone de L’Unione?».

E lei?

«Mi ero appena svegliata, non ero nemmeno vestita e gli rispondo: no, cosa? E lui: che sei indagata».

E poi?

«Sono rimasta stordita, anzi, di più: incredula. Non avevo conferme, e una parte di me voleva credere che non fosse vero. Alla sera ero ospite a Ballarò. Alessandro Sallusti, mi attacca: signora, lei è indagata, lo sa? Avrei voluto azzannarlo».

Le ricordo che lo ha fatto…

«Beh, certo. Mi ha accusato di aver rubato i soldi degli italiani e di aver pagato delle feste. Gli ho risposto: signore lei mi confonde con quelli del suo partito».

E invece sull’inchiesta aveva ragione. Perché in questi giorni ha taciuto?

«Perché sono in una posizione delicata. Devo rispettare il lavoro dei magistrati. Se fossi cinicamente calcolatrice mi converrebbe stare in silenzio».

Non teme che i magistrati siamo intimiditi dal suo ruolo governativo?

«Visto che sono l’unica che spontaneamente è andata a parlare con loro e che mi hanno aumentato gli addebiti, o meglio, le somme su cui mi chiedono chiarimenti, non mi pare che si corra questo rischio».

Ovvero?

«Dalle primarie in poi sono diventata la più visibile e la più esposta, soprattutto mediaticamente».

Mi faccia un esempio.

«Quanti sanno che c’è un presidente del Consiglio regionale, Ganau, che è stato eletto malgrado sulla sua testa pendessero due inchieste?».

Potrei dirle che lei aveva un collega sottosegretario che si è dimesso quando non era nemmeno indagato.

«L’ombra sul suo operato riguardava un possibile reato che aveva a che fare con una intimidazione alla libertà di stampa a dir poco grave: ha scelto lui di lasciare».

Di quante persone ha chiesto la testa per una inchiesta, lei, nella sua storia?

«Di nessuno: vada a cercare in archivio».

Cosa disse della De Girolamo, ministro di centrodestra, finita nei guai?

«Si è dimessa per una sua scelta di sensibilità».

Lei è meno sensibile?

«Io sono una che ha rifiutato la doppia indennità quando ero europarlamentare e consigliere regionale, pur potendola incassare. Una che non ha preso lo stipendio da sindaco: allora non feci pubblicità, oggi posso dirlo».

È ricca?

«Possiedo una macchina e una casa, 1700 euro di mutuo».

Qualcuno si è divertito a calcolare che con 78 mila euro di benzina lei avrebbe potuto fare il giro del mondo.

«Una balla. Attenzione: io ho parlato della tariffa chilometrica Aci che tiene presente l’usura della macchina, non le spese di solo carburante. Se conta così, scoprirà che duemila chilometri al mese in Sardegna si percorrono anche facendo su e giù per la 131 quattro volte».

Aveva l’autista?

«Ho almeno dieci testimoni pronti a giurare che giravo sempre sola. Con la mia Peugeot, nelle campagne di Lula, ho persino fuso il motore».

Chi l’ha pagato?

«Tutto io, con i miei soldi, tremila euro. Pensi che giravo con le bottigliette d’acqua nel cofano, perché avevo una spia rossa che si accendeva sempre».

Leggendo le indiscrezioni sull’inchiesta colpisce il rilievo dei magistrati: lei era in Francia ma risultava in missione, la sua carta di credito veniva strisciata a Cagliari e lei era ufficialmente in un’altra località.

«Senta, lei dove era nel maggio del 2008?

Che c’entra?

«Vede, gli addebiti riguardano un periodo che riguarda otto, sette e sei anni fa, quando eravamo ancora nel gruppo dei Ds».

E quindi?

«La legge non prescriveva né a noi, e nemmeno a loro, l’obbligo di rendicontazione».

I magistrati glielo hanno chiesto.

«Ho dovuto ricostruire a memoria».

Anche sbagliando.

«Qualcosa è possibile, dopo così tanto tempo».

Lei pensa di aver violato la legge?

«No. Giravo per il mio ruolo, non per fare turismo».

A chi si riferiva Pigliaru dicendo che non voleva inquisiti in Giunta? So che un politico normale risponde ipocritamente.

«Sicuramente. Ma io non sono ipocrita: diceva di me, e non è stato bello».

Perché ?

«Mi viene in mente una motivazione cattiva e una più indulgente. Era dura avere fianco a fianco la vincitrice delle primarie per uno che non le ha fatte».

Questa è quella cattiva?

«No, la cattiva è questa: non so come concilierà la sua lodevole intransigenza verso gli indagati con il fatto di esserlo lui stesso, credo, per una vicenda da 700 mila euro per quando era assessore».

Ahia, vedo che sottolinea la cifra.

«Beh, non fa il calcolo di quanta benzina si compra?».

Ammette che nel Pd è corso un po’ di veleno su di lei?

«Non so perché di tutti gli altri inquisiti, compresi tre parlamentari, non si parla. Ci sono dei giornali in Sardegna, non questo, che mi hanno linciato».

Perché lei è donna? Perché è bella?

«Perché sono sempre stata un outsider rispetto ai vecchi signori della politica sarda. Anche a sinistra. Ne sono felice, creda».

Gli avversari dicono di lei: è saltata sul primo treno per Roma.

«So che in politica non si usa confessare delle debolezze, ma per un sardo essere presidente della Regione è la carica più bella che si possa immaginare».

Rimpianti?

«No. Però quel treno è perso per sempre e io rinuncerei a qualsiasi ministero per poter combattere quella sfida».