“Maschi, unitevi a noi nella battaglia dei diritti delle donne”

Da MONDO

Emma Watson. Il discorso dell’attrice di “Harry Potter” all’Onu “Basta con gli stereotipi di genere, il cambiamento deve iniziare da noi” Poi l’appello agli uomini: “Dobbiamo tutti essere liberi di sentirci fragili o forti”

EMMA WATSON
HO INIZIATO a contestare i pregiudizi basati sul genere quando, a otto anni, non capivo perché a me davano della “prepotente” quando volevo dirigere le recite che organizzavamo per i nostri genitori, mentre ai maschi non dicevano nulla. A 14 anni, quando è iniziata la mia connotazione sessuale da parte di una certa stampa. A 15, nel momento in cui le mie amiche lasciavano lo sport agonistico per timore di diventare troppo “muscolose”. A 18, vedendo che i miei amici maschi non riuscivano a esprimere le loro emozioni.
Decisi di essere femminista e mi sembrava molto semplice. Ma approfondendo ultimamente la tematica ho capito che il termine femminismo è diventato impopolare. A quanto pare appartengo ad un ordine di donne che sono giudicate troppo forti, aggressive nel modo di esprimersi, che si autoemarginano, sono contro gli uomini e poco attraenti. Sono britannica e reputo giusto ricevere, come donna, la stessa retribuzione dei miei colleghi maschi. Reputo giusto di poter decidere del mio corpo. Reputo giusto che le donne si impegnino in politica e decidano le sorti del mio paese. Reputo giusto godere dello stesso rispetto sociale degli uomini. Purtroppo però posso dire che non esiste paese al mondo in cui questi diritti sono garantiti a tutte le donne.
Per me questi diritti rientrano tra i diritti umani ma io sono una delle fortunate. Sono privilegiata perché i miei genitori non mi hanno amata meno perché sono nata femmina. A scuola non ho avuto limitazioni perché ero femmina. I miei insegnanti non hanno dato per scontato che non sarei andata lontano perché un giorno avrei potuto dare alla luce un figlio. Con la loro influenza costoro hanno fatto di me ciò che sono ora: forse non lo sanno ma sono femministi involontari. E ne servono altri come loro. E se ancora odiate il termine, sappiate che non è la parola che importa, ma l’idea e l’ambizione che porta con sé. Perché non tutte le donne hanno garantiti gli stessi diritti che ho io. A dire il vero, statisticamente, sono pochissime.
Uomini — vorrei cogliere questa opportunità per estendervi un invito formale. La parità di genere interessa anche voi. Perché oggi ad esempio ho visto che per la società mio padre vale meno come genitore, anche se, da figlia, ho bisogno di lui quanto di mia madre. Ho visto giovani affetti incapaci di chiedere aiuto per timore di sembrare meno virili: in effetti nel Regno Unito il suicidio è la prima causa di morte per i maschi tra i 20 e i 49 anni, superando di gran lunga gli incidenti stradali, il cancro e le coronaropatie. Ho visto uomini resi fragili e insicuri da un concetto distorto del successo maschile. Neppure gli uomini godono della parità.
Non si parla spesso degli stereotipi di genere che imprigionano gli uomini ma so che esistono e quando se ne libereranno, come naturale conseguenza cambieranno le cose per le donne. Se gli uomini non dovranno essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno costrette ad essere remissive. Se gli uomini non dovranno esercitare il controllo, le donne non dovranno essere controllate. Uomini e donne dovrebbero entrambi sentirsi liberi di essere sensibili. Entrambi dovrebbero sentirsi liberi di essere forti.
Forse penserete: ma chi è questa ragazzina di Harry Potter, cosa ci sta a fare all’Onu? È una domanda lecita e, credetemi, me lo sono chiesta anch’io. Non so se ho le carte in regola per stare qui. So solo che questo tema mi sta a cuore. E so che voglio migliorare le cose. E sulla base di quello che ho visto — avendone l’occasione — sento il dovere di prendere la parola. Lo statista inglese Edmund Burke disse: «Perché le forze del male trionfino basta solo che i buoni, uomini e donne, non facciano nulla». Prima di salire sul palco ero nervosa e insicura ma mi son detta: se non io, chi, se non ora, quando. Perché la realtà è che se non facciamo nulla ci vorranno 75 anni, e io ne avrò quasi cento, prima che le donne possano aspettarsi di ricevere la stessa retribuzione di un uomo svolgendo lo stesso lavoro. Nei prossimi 16 anni saranno 15,5 milioni le spose bambine. E ai ritmi attuali si dovrà arrivare al 2086 prima che tutte le ragazze dell’Africa rurale siano in grado di accedere all’istruzione secondaria. Se credete nella parità potreste essere tra i femministi involontari di cui parlavo prima. E per questo avete il mio applauso.
( traduzione di Emilia Benghi)